Oaxaca, tra antichi misteri e sapori unici
Grazie alla partecipazione a un viaggio in Messico che è stato realizzato dalla Camera di Commercio del Messico (Camexital) con la collaborazione del consolato Generale del Messico a Milano, l’Ambasciata del Messico a Roma, Meca International dmc, Ministero del turismo dello stato di Oaxaca e l’assistenza nei trasporti di Chimalli Travel Group, TREND è andato alla scoperta di alcuni dei luoghi di vacanza più belli del grande Paese messicano. Ve li raccontiamo nelle tre puntate di questo reportage: questa è la seconda e svela le meraviglie di Oaxaca.
Il viaggio parte col trasferimento da Puebla a Oaxaca, circa 340 chilometri attraverso la Sierra Madre Orientale che immergono poco a poco nel Messico più autentico. Il paesaggio cambia continuamente e cattura: si parte dalle pianure generose di mais, per poi salire tra valli verdi e rocce scolpite dal tempo. Man mano compaiono distese infinite di cactus e poi campi di agave blu che si perdono all’orizzonte, pronti a trasformarsi nel prezioso mezcal. A metà strada merita una sosta in una distilleria artigianale come Ilegal Mezcal. Qui si osserva il processo tradizionale: le piñas d’agave cotte lentamente nei forni sotterranei, schiacciate con mulini a pietra trainati da cavalli, fermentate in tini di legno e distillate in alambicchi di rame. Un rituale antico che profuma di fumo e terra umida. Assaggiare il mezcal appena prodotto è un momento indimenticabile.
Si arriva così a Oaxaca per incontrare una città speciale, dove la tradizione indigena, l’arte e la gastronomia si fondono in un’esplosione di vita. L’Hotel Na’ura è il rifugio perfetto: un boutique hotel in stile coloniale, a soli due isolati dal Zócalo, la piazza principale. Il cortile centrale, con fontane e piante rigogliose, sembra un’oasi di pace; la terrazza sul tetto regala una vista meravigliosa sulla città al tramonto. Le camere sono accoglienti: il posto ideale dove tornare dopo giornate intense e da cui partire a piedi per scoprire tutto il cuore di Oaxaca.
Il centro storico di Oaxaca è unico, Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 1987. In uno spazio relativamente compatto convivono più di 1.200 monumenti che raccontano l’incontro tra la cultura zapoteca e l’architettura coloniale spagnola. Le strade, spesso pedonali, sono lastricate e fiancheggiate da edifici bassi e solidi in cantera verde, la pietra locale dal colore caldo e terroso, costruiti per resistere ai terremoti frequenti. Balconi in ferro battuto, cornici ricche e dettagli barocchi, churriguereschi e neoclassici creano un’armonia visiva che incanta. Al centro di tutto lo Zócalo, la Plaza de la Constitución, circondata da eleganti portici, caffè storici e ristoranti sempre animati. A dominare la scena c’è la Chiesa di Santo Domingo de Guzmán, esempio di barocco messicano del Seicento. La facciata scolpita prepara fatto di stucchi dorati, intarsi lignei e decorazioni floreali. Accanto, l’ex convento ospita il Museo de las Culturas de Oaxaca, con tesori zapotechi e mixtechi, tra cui i celebri gioielli della Tomba 7, uno dei ritrovamenti archeologici più importanti della Mesoamerica.
I mercati sono però l’anima più vera di Oaxaca. Il Mercado Benito Juárez, uno dei più antichi della città, offre fiori, tessuti, artigianato e prodotti locali. Proprio accanto, il Mercado 20 de Noviembre è un paradiso per il palato: tlayudas croccanti, mole densi e speziati, chapulines tostati, formaggi freschi, cioccolato artigianale e mezcal. Passeggiare al tramonto per le vie pedonali, con in mano un cioccolato caldo o un mezcal, significa respirare l’essenza di Oaxaca: una fusione perfetta tra vitalità indigena ed eredità coloniale, in cui il tempo rallenta e ti avvolge.
L’intero Stato di Oaxaca è una destinazione di tendenza per i buongustai poiché la sua cucina è una delle più straordinarie del Messico, grazie alla profonda connessione con il territorio e alle radici indigene e due cene lo hanno dimostrato splendidamente. Casa Oaxaca, ospitata in una casa coloniale del Settecento nel cuore del centro, è guidata dallo chef Alejandro Ruiz, uno dei grandi nomi della gastronomia oaxaqueña contemporanea. Con ingredienti freschissimi e locali, Ruiz reinterpreta la tradizione con tocchi moderni e raffinati. Las Quince Letras, aperto nel 1992, rappresenta invece l’anima più autentica e familiare della cucina tradizionale. La chef Celia Florián, presidente dell’Associazione delle Cuoche Tradizionali di Oaxaca, usa ricette tramandate da generazioni, usando solo ingredienti locali e stagionali. Qui sostenibilità non è una parola di moda: è un modo di cucinare che rispetta la terra e sostiene le comunità indigene. Entrambi i ristoranti regalano poi vere immersioni nella cultura di Oaxaca.
Salire a Monte Albán, arrampicandosi su una collina artificiale a quasi 2.000 metri, è un’esperienza che lascia senza parole. Gli antichi zapotechi, a partire dal VI secolo a.C., costruirono qui una città sospesa che domina tutta la valle. Grandi piazze lastricate, piramidi imponenti, templi allineati con precisione, il campo del gioco della pelota e terrazzamenti che testimoniano un’ingegneria straordinaria. Il panorama a 360 gradi è spettacolare, soprattutto all’alba o al tramonto, quando la luce rende ogni cosa ancora più magica. Tra le meraviglie spicca la Tomba 7, la cui ricchezza oggi illumina il Museo delle Culture in città.
A breve distanza dalla città poi anche i laboratori artigiani meritano una visita. A San Antonio Arrazola nascono gli alebrijes, sculture fantastiche intagliate nel legno di copal. Il laboratorio degli eredi di Manuel Jiménez Ramírez, continua a trasformare miti e sogni in creature ibride colorate con motivi zapotechi. Poco più in là, Misael Santiago Morales e sua moglie lavorano con passione nel loro piccolo laboratorio intimo e accogliente, mentre l’atelier di Raymundo Ibáñez Ramírez, detto Temo “il signore dei draghi e dei demoni”, stupisce con creazioni oscure e mitiche che trasmettono un brivido di meraviglia. Lungo la strada vale la pena una sosta a Santa María del Tule, a 12 km da Oaxaca, per ammirare l’albero monumentale: un cipresso di circa 1.500 anni con un tronco così ampio da richiedere 30 persone per abbracciarlo. La leggenda narra che fu piantato 1.400 anni fa da un sacerdote. (Paola Paciotti)






